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ADHD: Cos’è, cosa fare

Definizione del Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD)

L’acronimo ADHD, Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, è utilizzato per indicare specifiche problematiche che caratterizzano il comportamento di alcuni bambini. I sintomi più evidenti, per comprendere cos’è l’ADHD, riguardano la difficoltà a mantenere l’attenzione su un compito, l’agire d’impulso e “il bisogno” di muoversi continuamente. 

Acronimo ADHD

La più recente descrizione del disturbo da deficit di attenzione e iperattività la possiamo trovare nel DSM-5, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, pubblicato dall’American Psychiatric Association nel 2013. Il DSM, fino dalla sua prima pubblicazione, è considerato dai clinici il principale punto di riferimento per orientarsi nel processo di diagnosi.

I sintomi relativi all’ADHD che il manuale descrive, sono suddivisi in due aree: quella della disattenzione e quella dell’iperattività/impulsività.

Di seguito si riportano i sintomi relativi alla disattenzione:

  1. Il bambino spesso non riesce a prestare attenzione ai particolari o commette errori di distrazione nei compiti scolastici;
  2. Ha spesso difficoltà a mantenere l’attenzione sui compiti o sulle attività di gioco;
  3. Spesso non sembra ascoltare quando gli si parla direttamente;
  4. Di solito non segue le istruzioni e non porta a termine i compiti scolastici;
  5. Presenta difficoltà ad organizzarsi nei compiti e nelle attività;
  6. Evita di impegnarsi nei compiti che richiedono sforzo mentale prolungato;
  7. Di frequente perde gli oggetti necessari per i compiti o le attività;
  8. Spesso è facilmente distratto da stimoli estranei;
  9. Spesso è sbadato nelle attività quotidiane.

I sintomi relativi all’iperattività/impulsività sono i seguenti:

  1. Il bambino muove con irrequietezza mani o piedi o si dimena sulla sedia;
  2. Spesso lascia il proprio posto a sedere in classe o in altre situazioni in cui ci si aspetta che resti seduto;
  3. Di frequente scorrazza e salta in modo eccessivo;
  4. Spesso ha difficoltà a giocare o a dedicarsi a divertimenti in modo tranquillo;
  5. È spesso “sotto pressione” o agisce come se fosse motorizzato;
  6. Solitamente parla troppo;
  7. Di solito “spara” le risposte prima che le domande siano state completate;
  8. Spesso ha difficoltà ad attendere il proprio turno;
  9. Frequentemente interrompe gli altri o è invadente nei loro confronti.
Iperattività

Nel caso in cui il bambino presenti sintomi in entrambe le aree, disattenzione e iperattività, il disturbo è detto “ADHD di tipo combinato”. Nel caso in cui prevalgano sintomi solo in una delle due aree, si avrà un disturbo “ADHD con disattenzione predominante” o “ADHD con iperattività/impulsività predominante”.

Normalità, difficoltà e disturbo

Importante sottolineare che molti sintomi sopra riportati nell’area dell’attenzione e dell’iperattività, sono comuni a tanti bambini che tuttavia non rientrano nel disturbo ADHD. La differenza che caratterizza il comportamento di bambini ADHD da quello dei coetanei è l’intensità e la frequenza dei comportamenti. Possiamo dire quindi, che le modalità di comportamento che caratterizzano l’ADHD sono l’esagerazione di comportamenti presenti normalmente in bambini e adolescenti.

Il bambino con ADHD

In termine più tecnico, l’ADHD è un disturbo dell’autoregolazione cognitiva e comportamentale e rientra nei disturbi del Neurosviluppo. I problemi di comportamento descritti nel DSM-5 possono manifestarsi in forme diverse a seconda dell’età del soggetto. Queste caratteristiche comportamentali condizionano negativamente l’apprendimento scolastico e ostacolano il rapporto con gli altri nei diversi contesti di vita: in famiglia, a scuola, durante le attività sportive, ludiche, ecc.

L’intensità e la frequenza dei comportamenti problema compromettono quindi l’adattamento quotidiano del bambino che si ritrova così ad essere rimproverato continuamente dall’adulto e escluso dal gruppo dei pari durante i momenti di gioco.

Di conseguenza, il bambino con ADHD spesso compromette una buona riuscita scolastica e la possibilità di costruirsi delle relazioni sociali. Spesso causa tensione nella classe, crea frequenti conflitti in famiglia nel rapporto con i genitori e/o fratelli, gestisce con difficoltà gli impegni quotidiani.

Pertanto le difficoltà di apprendimento e relazionali devono essere limitate attraverso l’identificazione precoce dei bambini con problemi di autoregolazione, al fine di strutturare interventi educativi tempestivi ed efficaci.

Le cause dell’ADHD

Numerosi studi hanno messo in evidenza “alterazioni” a livello strutturale e funzionale del cervello di soggetti con diagnosi di ADHD. Tuttavia l’ipotesi più accreditata è che il disturbo abbia un’origine multipla e sia causato da diversi fattori sia organici che ambientali.

Vediamoli nel dettaglio:

  • Fattori neurobiologici. Molte ricerche hanno indagato l’aspetto relativo alla localizzazione cerebrale del disturbo. Da questi studi è emerso che le aree responsabili siano riconducibili al lobo frontale. È stato evidenziato che la corteccia frontale risulta meno estesa nei bambini con ADHD. La corteccia prefrontale destra nello specifico è coinvolta nella regolazione del comportamento, nella resistenza alle distrazioni e nello sviluppo della consapevolezza di sé e del tempo. I ricercatori che invece hanno focalizzato i loro studi sull’attività biochimica di soggetti con ADHD ed hanno riscontrato un livello inferiore di dopamina in alcune delle loro aree cerebrali. La dopamina è il neurotrasmettitore responsabile dell’abilità di concentrazione.
  • Fattori ambientali. Altre ricerche hanno messo in evidenza alcune variabili contestuali che solitamente sono presenti nelle famiglie di bambini con ADHD. Tra queste troviamo modalità educative troppo permissive o al contrario troppo rigide, basso livello di autoefficacia percepita dai genitori nella gestione del figlio, elevati livelli di stress nel nucleo familiare, rapporto conflittuale tra mamma e papà. Tuttavia bisogna domandarsi se siano i sintomi del bambino con ADHD a dare origine a dinamiche familiari disfunzionali o se invece sia il contesto familiare inadeguato a favorire la comparsa di sintomi legati all’ADHD.
  • Fattori ereditari. Altre ricerche hanno indagato la possibilità che concorrano fattori ereditari nell’insorgenza del disturbo. Genitori che da bambini hanno ricevuto una diagnosi di ADHD hanno molte più probabilità di avere figli con ADHD. Alcuni studi fatti su gemelli adottati da famiglie diverse, hanno evidenziato un’alta correlazione nello sviluppo del disturbo ADHD da parte di questi bambini. Sembrerebbe quindi che il contesto familiare non sia determinante come dimostra invece la trasmissione genetica.

In sintesi

Per chiarire le cause dell’ADHD riporto un estratto delle affermazioni di R.A. Barkley, uno dei maggiori esperti di ADHD: “Si è visto che l’ADHD è un disturbo biologico dovuto ad una varietà di cause neurologiche. I fattori ereditari sembrano giocare un ruolo importante nell’insorgenza dei sintomi ADHD. [….] Al contrario esistono scarse prove a sostegno del fatto che l’ADHD possa dipendere da fattori sociali ed ambientali quali povertà, caos familiare, dieta o carenza di cure genitoriali del bambino”

Cosa fare

Come per tutti i disturbi e più in generale, le problematiche che riguardano i bambini, è importante una diagnosi precoce e un intervento specifico e personalizzato che possa ridimensionare le difficoltà del bambino.

Il primo passo quindi è una diagnosi fatta da uno specialista esperto in ADHD (Neuropsichiatra o Psicologo) attraverso il colloquio con i genitori, l’osservazione del bambino, la somministrazione di test e di questionari agli insegnanti.

La valutazione del bambino all’interno dello studio dello specialista non è sufficiente per fare una diagnosi; bisogna basarsi anche e soprattutto su indici relativi a come questi bambini si comportano negli ambienti quotidiani.

Di conseguenza, è importante una raccolta di dati per avere una descrizione dettagliata dei comportamenti del bambino in tutti i suoi contesti di vita.

Il secondo passo sarà la presa in carico del bambino e della famiglia da parte dello specialista. Le informazioni raccolte dell’esperto serviranno infatti per impostare un progetto terapeutico personalizzato su quelli che sono le caratteristiche del bambino.

L’intervento deve essere centrato su tre ambiti:

  1. Terapia individuale o in piccolo gruppo (1-2 volte a settimana) con il bambino per un training strutturato al fine di migliorare l’autoregolazione emotivo-comportamentale e ampliare i tempi di attenzione;
  2. Sedute periodiche di parent-training (una volta al mese) con i genitori del bambino per suggerire e condividere strategie che possano ridurre i comportamenti disfunzionali del bambino a casa;
  3. Incontri di teacher-training (una volta ogni 3-4 mesi) con gli insegnanti del bambino per suggerire e condividere strategie che possano ridurre i comportamenti disfunzionali del bambino a scuola.

Bibliografia

I genitori che volessero approfondire l’argomento, capire meglio cos’è l’ADHD e avere consigli pratici da adottare con i propri figli che presentano problemi di autoregolazione, possono consultare i seguenti libri:

Daffi G. e Prandolini C. (2013), ADHD e compiti a casa: strumenti e strategie per bambini con difficoltà di pianificazione, di organizzazione e fragilità di attenzione, Trento, Erickson.

Di Pietro M. e Dacomo M. (2009), Largo arrivo io! Manuale di autoaiuto per i bambini iperattivi e i loro genitori, Trento, Erickson.

Kutscher M.L. (2010), Mio figlio è senza freni. Guida di sopravvivenza per genitori di bambini iperattivi, Trento, Erickson.

Vio C., Marzocchi G.M. e Offredi F. (1999), Il bambino con deficit di attenzione/iperattività: diagnosi psicologica e formazione dei genitori, Trento, Erickson.

Per consultare il sito dell’Associazione italiana ADHD clicca qui.

Dott. Claudio Granata, Psicologo a Latina Psicoterapeuta.

DSA. Disturbi Specifici dell’Apprendimento

Di cosa parliamo

Per disturbi specifici dell’apprendimento si intende una serie di Disturbi su base neurobiologica, Specifici delle abilità di lettura, scrittura e calcolo. I disturbi non sono causati da problemi di intelligenza o da fattori ambientali (es. disagio familiare sociale e culturale). Le difficoltà dovute al disturbo, si evidenziano nei processi di apprendimento, soprattutto nel contesto scolastico, nella lettura, scrittura, grafia e calcolo. Possono però, emergere anche difficoltà ad “apprendere”abilità relative alla vita quotidiana, come ad es. leggere l’orologio, allacciarsi le scarpe.

Quali sono i Disturbi

Un bambino con DSA può presentare uno o più dei seguenti disturbi:

  • Dislessia (lettura lenta e stentata probabilmente anche con molti errori)
  • Disortografia (grande quantità di errori ortografici, ripetuti e ricorrenti)
  • Disgrafia (scrittura illegibile)
  • Discalculia (difficoltà a riconoscere i numeri, saper eseguire le quattro operazioni di base, fare calcoli e risolvere problemi aritmetici)

Un bambino può presentare un solo disturbo (es. solo dislessia, solo discalculia) o due disturbi o più in combinazione (es. dislessia, disortografia, discalculia).

Differenza tra Difficoltà e Disturbo

Spesso c’è confusione nell’uso dei termini “difficoltà e disturbo” di apprendimento; a volte sono utilizzati come fossero sinonimi.

Quando si parla di Disturbo, sono da tenere in considerazione tre caratteristiche:

  • Il disturbo è una condizione neurobiologica, quindi è innato e non dipende da fattori esterni, ambientali;
  • Il disturbo è persistente; è possibile riscontrare delle problematiche nei primi anni di vita del bambino, ad es. nell’area del linguaggio e/o psicomotoria;
  • Il disturbo è resistente nonostante un lavoro mirato di potenziamento e nonostante si adottino strategie di apprendimento alternative. Il bambino dislessico diventerà un adulto dislessico.

Chi e dove si fa la diagnosi

L’Istituto Superiore di Sanità ha deputato le seguenti figure specialistiche per poter eseguire una diagnosi di DSA:

  • Neuropsichiatra Infantile
  • Psicologo
  • Logopedista

Sottolineo che le figure sopra riportate dovrebbero avere anche una formazione e un’esperienza specifica nei DSA conseguita attraverso tirocini e master.

La diagnosi per i disturbi specifici dell’apprendimento può essere fatta presso i Centri territoriali di Neuropsichiatria Infantile del Servizio Sanitario Nazionale (TSMREE) o presso studi privati di esperti qualificati.

L’età del bambino per la diagnosi

Dislessia, Disortografia e Disgrafia si possono diagnosticare solo dopo la fine della seconda classe della scuola primaria indipendentemente dall’età del bambino. La discalculia può essere diagnosticata solo dopo la fine della classe terza della scuola primaria indipendentemente dall’età del bambino.

Nel primo e nel secondo anno della scuola primaria possono già emergere delle difficoltà e anche se non è possibile fare una diagnosi sarebbe opportuno effettuare una valutazione specialistica e eventualmente iniziare un percorso di potenziamento didattico.

Di solito la diagnosi si aggiorna ogni tre anni.

Differenza tra diagnosi e certificazione del disturbo

La certificazione è un documento con valore legale che sottolinea il diritto del bambino/adolescente/adulto di poter usufruire di alcune misure previste dalla legge 170/2010. La certificazione può essere rilasciata solo da enti pubblici e non dai privati.

La diagnosi attesta la presenza del disturbo e può essere rilasciata da uno specialista, sia in ambito pubblico che privato.

Quindi la diagnosi rilasciata da una struttura pubblica è anche certificazione, mentre quella rilasciata da studi privati è solo ed esclusivamente una diagnosi.

La diagnosi negli studi privati

In considerazione dei lunghi tempi di attesa per iniziare un percorso diagnostico presso le strutture pubbliche, il MIUR (Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca) ha emesso una Circolare ufficiale il 6 marzo 2013 nella quale specifica che in attesa della certificazione, le scuole possono accettare come valide le diagnosi rilasciate da studi privati al fine di poter adottare tutti gli strumenti e le strategie compensative per favorire gli apprendimenti del bambino con DSA

Per approfondire

Associazione Italiana Dislessia – AID (2012), Guida alla dislessia per genitori, www.aiditalia.org

Associazione Italiana Ricerca Intervento nella Psicopatologia dell’Apprendimento – AIRIPA www.airipa.it

Cornoldi C. (2007), Difficoltà e disturbi dell’apprendimento, Bologna, Il Mulino

Lo Presti G., (2015), Nostro figlio è dislessico, Trento Erickson.

Vio C. e Toso C. (2007), Dislessia Evolutiva, Roma, Carocci

Vio C. Tressoldi P.E. E Lo Presti G. (2011), Diagnosi dei disturbi specifici dell’apprendimento scolastico, Trento, Erickson

Disturbi Specifici dell'Apprendimento
DSA

Dr. Claudio Granata, Psicologo a Latina Psicoterapeuta

Mutismo Selettivo. L’ansia che blocca le parole

Mutismo Selettivo
Mutismo Selettivo

Un po’ di storia

Il mutismo selettivo (MS) è stato definito per la prima volta con il termine Afasia Volontaria alla fine del 1800. Successivamente nel 1934, questa prima definizione lascia il posto a quella di Mutismo Elettivo.

Solo di recente, nel 1994 il DSM-IV (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) definisce tale problematica con il termine Mutismo selettivo, inserendolo nella classificazione “altri disturbi dell’infanzia o dell’adolescenza. Nella quinta edizione del manuale (DSM-5, 2013), il mutismo selettivo è fatto rientrare nella categoria più ampia dei “disturbi d’ansia”.

Contrariamente a quanto si è pensato per lungo tempo, la condizione di Mutismo non è dovuta ad una “volontarietà” del soggetto e da un rifiuto intenzionale di parlare.

Oggi grazie ad approfonditi studi e ricerche si è giunti alla conclusione che il MS sia un disturbo conseguente ad una forte ansia sperimentata dal soggetto in determinati contesti. L’ansia innesca così un meccanismo di blocco che impedisce al bambino/adolescente di parlare, anche quando vorrebbe farlo.  

Caratteristiche del Mutismo Selettivo

La diagnosi di MS prevede che si verifichino le seguenti condizioni:

  • Il bambino/adolescente non parla in particolari situazioni sociali quando ci si aspetterebbe che lo faccia (di conseguenza, il contesto scolastico di solito è quello che fa emergere maggiormente questo disturbo);
  • L’impossibilità di parlare compromette i risultati scolastici e, nel caso di adulti, il rendimento sul lavoro;
  • La condizione di mutismo deve perdurare per almeno un mese;
  • Il bambino/adolescente presenta un linguaggio fluente e adeguato alla sua età cronologica. Il linguaggio verbale è utilizzato nei contesti in cui il soggetto si sente a suo agio, ad esempio a casa con i famigliari;
  • Il mutismo non è la conseguenza di altri disturbi quali spettro autistico, disturbo del linguaggio, disturbi psicotici.

La persona muto selettiva sperimenta un marcato stato di ansia e di vergogna che attiva una sorta di “congelamento” o “freezing” che blocca la produzione verbale.

È come se il contesto sociale attivasse nel soggetto la percezione di un pericolo e quindi una reazione di allerta e di blocco della parola. Per ridurre le emozioni di ansia e vergogna il bambino/adolescente tenta quindi di evitare il più possibile di ritrovarsi in situazioni sociali (ad es. feste di compleanno, attività sportive, gite scolastiche).

Segnali di allarme:

Alcuni comportamenti, soprattutto se numerosi e frequenti, possono mettere in allarme gli adulti che sono maggiormente a contatto con il bambino, sicuramente i genitori, ma anche le insegnanti di scuola o altri familiari. Tra i principali segnali di allarme che potrebbero far pensare ad una condizione di Mutismo Selettivo troviamo:

  • Problemi legati al sonno (addormentamento e/o frequenti risvegli);
  • Selettività nella scelta dei cibi o nei contesti in cui il bambino mangia, mentre in altri si rifiuta;
  • Enuresi notturna;
  • Ansia di separazione dalle figure di riferimento;
  • Ansia di affrontare situazioni nuove;
  • Difficoltà a salutare persone che si conoscono, ma che il bambino/adolescente frequenta poco (parenti, vicini di casa);
  • Eccessiva timidezza nelle situazioni sociali;
  • Parlare sottovoce o all’orecchio del genitore in presenza di persone poco familiari.

I principali segnali di allarme che possono essere rilevati a partire dalla scuola dell’infanzia sono:

  • Assenza di linguaggio per comunicare;
  • Il bambino non mangia durante la ricreazione o a mensa; non chiede di andare in bagno;
  • Il bambino parla a scuola sottovoce solo con alcuni compagni o con i genitori quando vengono a riprenderlo;
  • Sensibilità ai rumori;
  • Difficoltà a mantenere il contatto oculare.

La diagnosi viene fatta di solito intoro ai 5-6 anni di età, con l’ingresso alla scuola primaria; contesto che inevitabilmente sollecita maggiormente l’uso del linguaggio verbale sia con i pari sia con le insegnanti.

Le cause del Mutismo Selettivo

È oggi condivisa la teoria che il MS sia di origine multifattoriale. In particolare il disturbo nasce dall’intreccio di fattori temperamentali, ereditari e ambientali.

  1. Il bambino presenta fin dalla nascita dei connotati temperamentali di tipo ansioso/fobico e marcati tratti di timidezza;
  2. In famiglia è nota almeno una storia pregressa di ansia; ad esempio uno o entrambi i genitori raccontano di avere avuto un’infanzia in cui loro stessi hanno sperimentato un forte disagio a parlare con gli altri. Sembra quindi emergere una componente ereditaria che si tramanda da una generazione all’altra.
  3. Se uno dei genitori presenta ansia sociale, timidezza, isolamento, il bambino inizierà a “respirare” in un ambiente che andrà a stimolare una sua componente biologica già predisposta all’ansia e che darà poi origine alla sintomatologia del MS.

Questi tre fattori possono combinarsi in percentuali diverse, ma con le medesime conseguenze.

Quando e come intervenire

Intervenire il prima possibile per una diagnosi precoce ed un percorso mirato soprattutto per evitare che il bambino sia esposto a situazioni ed esperienze negative che possano alimentare negativamente il sintomo (ad es. forzare e invitare ripetutamente il bambino a parlare).

Richiedere una consulenza con uno specialista che abbia esperienza di MS il prima possibile, nel caso in cui siano rilevati i segnali di allarme sopra riportati.

In linea generale è possibile da subito seguire queste linee guida:

  • Non fare pressioni sul bambino per spingerlo a parlare soprattutto attraverso ricatti e punizioni;
  • Mostrarsi comprensivi e non eccessivamente preoccupati; il MS è una condizione dalla quale è possibile uscire anche se a volte richiede tempo;
  • Documentarsi il più possibile sul MS attraverso la lettura di libri e articoli, molti dei quali reperibili anche su internet;
  • Organizzarsi per “offrire” al bambino un modo di sperimentarsi in situazioni sociali per lui gradevoli, ad esempio portarlo alle feste di compleanno o invitare a casa i 2-3 compagni di classe con i quali il bambino/adolescente ha più confidenza;
  • Valorizzare e privilegiare nel contesto scolastico la comunicazione non verbale;
  • Non sostituirsi sempre e subito per dare risposte a domande fatte al bambino da persone che incontra nella quotidianità; aspettare sempre qualche secondo per dargli il tempo eventualmente di rispondere anche solo con il movimento della testa o un’espressione del viso.  

Per chi vuole approfondire

Rezzonico G., Iacchia E., Monticelli M., Mutismo Selettivo. Sviluppo, diagnosi e trattamento multisituazionale, FrancoAngeli.

Iacchia E., Ancarani P., Momentaneamente Silenziosi, FrancoAngeli

Shipon Blum E., Comprendere il Mutismo Selettivo, La Meridiana

Visita il sito dell’Associazione Italiana Mutismo Selettivo A.I.Mu.Se.

Orientamento allo studio: il passaggio alla scuola superiore

Il passaggio alla scuola superiore (scuola secondaria di secondo grado) rappresenta la prima scelta importante che i ragazzi e le ragazze devono fare per indirizzare le proprie attitudini verso una formazione che (si spera) porterà un giorno ad una realizzazione professionale e lavorativa. L’orientamento allo studio per la scuola superiore è lo strumento per aiutare gli adolescenti ad incrementare le probabilità della riuscita scolastica nel loro percorso formativo.

Con la scuola secondaria di primo grado (scuola media) termina, infatti, il percorso didattico “obbligato” e identico per tutti gli studenti dai 6 ai 14 anni che hanno frequentano una scuola italiana pubblica. Conseguentemente, durante il terzo anno della scuola secondaria di primo grado (di solito già verso gennaio/febbraio), ci si aspetta da loro una scelta “saggia” e ponderata. I genitori sperano che il proprio figlio riesca a districarsi tra le numerose “offerte formative” e riesca a individuare la scuola migliore che possa  aiutarlo a sviluppare le sue potenzialità e le sue attitudini per la futura professione.

Quale scuola?

Purtroppo, a volte succede che il pre-adolescente, ancora non abbia le idee molto chiare su quello che potrebbe essere il suo futuro lavorativo. Quindi, quale potrebbe essere la scuola più adatta per iniziare una formazione professionale? meglio il Liceo o l’Istituto Tecnico? Meglio una scuola che prepari al mondo del lavoro o più formativa per affrontare un percorso universitario?

In ogni caso, il problema dell’orientamento allo studio si moltiplica in maniera esponenziale se pensiamo che il/la ragazzo/o ha la possibilità di scegliere tra:

Valutare se la scelta della scuola a cui il giovane intende iscriversi sembra riuscita è possibile farlo solo in “corso d’opera”, dopo alcuni mesi o addirittura dopo i primi due anni di frequenza alla scuola superiore. Di conseguenza, non è infrequente il “fenomeno di migrazione” da una scuola superiore ad un’altra nel momento in cui lo studente realizza che l’indirizzo scelto “non fa per lui/lei”, perché troppo facile/difficile, o per la semplice ragione che le materie studiate non sono gradite, non sono interessanti, ecc.

Spesso questo cambiamento comporta una perdita di tempo (a volte si perde l’anno in corso) e l’impegno “emotivo” di dover lasciare gli attuali compagni per inserirsi in una nuova classe già costituita.

Come scegliere

È possibile, quindi, aumentare le probabilità di scegliere una scuola superiore che valorizzi le proprie attitudini ed evitare così ripensamenti e cambi improvvisi di scuola o indirizzi?

La risposta è “assolutamente sì!”. La consulenza di uno specialista che oltre al colloquio, possa somministrare test specifici di orientamento alla studio per la scuola superiore, al fine di aiutare lo studente ad individuare le sue migliori competenze per includere o escludere determinate scuole, rappresenta il primo passo di un percorso formativo valido e soddisfacente.

Dr. Claudio Granata, Psicologo-Psicoterapeuta

Per richiedere una consulenza, una valutazione o ulteriori informazioni sull’orientamento allo studio, vai alla pagina dei miei contatti, clicca qui.

Orientamento allo studio per la scuola superiore

Parent Training: genitori in azione!

L’importanza del Parent Training

Il Parent Training è un intervento psicologico di natura psicoeducativa rivolto ai genitori. Quando si parla di disturbi del neurosviluppo come ad esempio ADHD, Autismo, Mutismo Selettivo, Sindromi Genetiche o problematiche di autoregolazione comportamentale non dovute a cause “organiche”, spesso si focalizza l’attenzione dell’intervento esclusivamente sul bambino.

I genitori portano il proprio figlio in terapia, nell’attesa di un “cambiamento” e un miglioramento che avvenga grazie alla professionalità dello specialista che insegna al bambino nuove abilità e competenze.

I genitori diventano così “spettatori” di un intervento centrato esclusivamente su colui che in altri termini si definisce “portatore del sintomo”: il bambino. C’è quello non sta mai fermo o che non rispetta le regole o che corre per tutto il centro commerciale, fino ad arrivare ai casi più gravi del bambino che nei momenti di frustrazione batte la testa al muro. L’intervento esclusivo e centrato solo sul bambino rischia di dilatare considerevolmente i tempi per conseguire i miglioramenti attesi.

In altri casi è possibile riscontrare evidenti progressi nella stanza di terapia, ma non negli altri contesti di vita (a casa, nei luoghi pubblici, a scuola).

Da questa prima analisi, sembra evidente l’opportunità di integrare l’intervento del professionista, oltre che con il bambino, anche con i genitori.

Come Funziona

Il termine Parent Training tradotto letteralmente significa “formazione dei genitori”. Questa “formazione” avviene di solito, durante incontri quindicinali tra lo specialista e la coppia genitoriale senza il bambino. Possiamo descrivere un percorso di Parent Training individuando 4  passaggi principali:

  1. Lo specialista raccoglie informazioni su quelle che sono le principali problematiche dei genitori nella gestione del bambino. I problemi più comuni riguardano i comportamenti oppositivo/provocatori e le autonomie personali/sociali;
  2. Si definiscono obiettivi che possano migliorare la “qualità di vita” di tutta la famiglia; obiettivi che devono essere pratici, oggettivi e misurabili. È possibile organizzare una “scaletta” delle priorità in base a quelle che sono le esigenze più urgenti. Gli obiettivi sono concordati e definiti tra i genitori e il professionista;
  3. Fornire ai genitori una “cassetta per gli attrezzi” personalizzata. Un insieme di strategie e tecniche educative mirate a ridurre i comportamenti problema del bambino e ad incrementare quelli più funzionali e adeguati;
  4. Monitorare i progressi e, in caso contrario, modellare ulteriormente gli interventi che i genitori possono adottare nella quotidianità con il proprio figlio, fino a conseguire gli obiettivi definiti all’inizio del percorso.

Il Parent Training è quindi un’ottima integrazione all’intervento che avviene nella stanza di terapia tra lo specialista e il bambino.

Consente di restituire ai genitori il senso di autorevolezza e fiducia nel proprio ruolo, creare una maggiore serenità in famiglia e sviluppare le potenzialità del bambino su un versante socialmente più funzionale e adeguato.

Per alcuni problemi, a seconda dell’analisi del caso fatta dallo psicologo, potrebbe essere opportuno esclusivamente un percorso di Parent Training, senza la presa in carico del bambino.

Parent-Training
Parent-Training

Bambini e autismo

La diagnosi precoce

È ormai riconosciuta da tutta la comunità scientifica, l’importanza della diagnosi precoce per i disturbi dello sviluppo: individuare il prima possibile una problematica nel bambino vuol dire poter intervenire subito con una terapia mirata e ridurre così i sintomi del disturbo con conseguente miglioramento delle capacità del bambino. Nel caso dell’Autismo, i genitori possono osservare anomalie comportamentali del loro figlio, già all’età di 18 mesi.

Questi sono i primi segnali di allarme:

  • Assenza di linguaggio. Il bambino pronuncia meno di 5 parole;
  • La produzione vocale (in questo caso si intendono anche i vocalizzi), non è rivolta al genitore, come se il bambino parlasse da solo;
  • Spesso il bambino ripete “a pappagallo” il linguaggio degli altri o parole/frasi sentite in televisione;
  • Non indica con il dito indice per richiedere e/o condividere l’attenzione su oggetti fuori dalla sua portata;
  • Raramente guarda in viso e negli occhi le persone, compresi i genitori;
  • Non si gira quando viene chiamato per nome oppure si gira, ma deve essere chiamato più volte;
  • Interessi insoliti quali ad es. le gambe del tavolo o le lancette dell’orologio;
  • Uso ripetitivo e non funzionale degli oggetti come ad esempio far girare le ruote delle macchinine, allineare oggetti;
  • Reazioni di frustrazione esagerate se sono infrante le routine quotidiane.

Nel caso in cui i genitori notassero nel loro figlio alcune delle caratteristiche sopra riportate, dovrebbero rivolgersi ad uno specialista (Neuropsichiatra o Psicologo) con esperienza e formazione specifica sull’Autismo per una valutazione approfondita. Sulla base della valutazione, lo specialista darà alla coppia genitoriale indicazioni e chiarimenti sia rispetto alla diagnosi, sia rispetto alla terapia.

 Autismo: primi segnali di allarme